La riforma di Francesco, per una chiesa che sappia farsi inquietareLa riforma di Francesco, per una chiesa che sappia farsi inquietare

Il discorso di oggi di Papa Francesco rivolto alla Chiesa italiana riunita a Firenze in occasione del 5° convegno nazionale della Chiesa italiana rimarrà come pietra miliare del suo essere Pontefice.

Papa Francesco1Le parole non girano a vuoto perché non possono essere solo “belle, colte, raffinate”, ma debbono essere parole di fede.

Prendendo spunto dal volto del Cristo del giudizio universale della cattedrale, traccia i “sentimenti di Cristo” che riassume nell’umiltà, nel disinteresse, nella beatitudine. La spiegazione di questi sentimenti è seria. L’ossessione di preservare "la propria gloria, la propria dignità, la propria influenza” non può far parte del cristiano. L’umanità del cristiano non è “narcisista, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco e tanto soddisfatto di se stesso, non c’è posto per Dio”.

La beatitudine si raggiunge, quando, poveri di spirito, si sperimenta la gioia di Dio. La stessa beatitudine della nostra gente che “conosce la ricchezza della solidarietà, la ricchezza del sacrificio quotidiano del lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore delle persone care”.

Da queste caratteristiche il Papa conclude che i cristiani non possono essere ossessionati dal potere, né pensare a se stessi: “non voglio una Chiesa malata per la chiusura e per la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”.

Papa Francesco ritorna poi sulle tentazioni che possono riguardare la Chiesa: la tentazione pelagiana che privilegia strutture, pianificazioni con stile di controllo, durezza e normatività. La Chiesa abbia la forza di farsi investire dalla inquietudine, alla ricerca di nuove frontiere, senza paura delle tempeste.

L’altra tentazione è quella dello gnosticismo. Pretendere di confidare nel ragionamento logico e chiaro, nella chiusura del proprio soggettivismo.

ImmagineSacraMIsericordiaAlla domanda che cosa fare il Papa lascia ai Vescovi e ai rappresentanti di tutto il popolo cristiano di individuare strade e percorsi, non dimenticando la lezione delle beatitudini.

Ai vescovi chiede di essere pastori, di essere sostenuti dal proprio popolo, di distinguersi nell’esercizio della carità cristiana. Che siano lontani da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. Raccomanda il dialogo e l’incontro non avendo timore di culture e fedi diverse. La società italiana si costruisce “quando le sue diverse ricchezze possono dialogare: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella politica, quella dei media.” La Chiesa sia fermento di dialogo. Non solo a parole, ma facendo qualcosa insieme.

Il discorso del Papa alla Chiesa italiana ha indicato i “criteri” di fondo della Chiesa, riprendendo i concetti della Evangelii Gaudium. Non è mai sceso in dettagli di pastorale, di liturgia, di organizzazione. Gli preme dare un’identità alla Chiesa, sottolineando le virtù da inseguire e le tentazioni da evitare.

Le sue indicazioni sono profondamente spirituali: aggiungono la concretezza degli orientamenti e dei comportamenti.

Riflettendo su questo discorso si possono comprendere le linee portanti della riforma necessaria. I temi, dopo oltre due anni di pontificato, ritornano puntuali. Non hanno nulla di rivoluzionario, ma indicano una lettura “autentica” del messaggio evangelico; per certi versi sofferta e per questo coraggiosa. Molto percorso resta da fare per allontanare le incrostazioni di una Chiesa sicura di sé e dedita alla propria tutela.

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