Si può nascere volontari e diventare impiegati. Ma attenti ai giudizi genericiSi può nascere volontari

Recentemente, anche per impulso della proposta di riforma da parte del governo, si è tornati a parlare di terzo settore. La confusione è molta sia nei termini, che nei giudizi.

Volontari

Nei termini perché si oscilla dal volontariato alle imprese sociali, chiamando il tutto genericamente non profit. Molta della confusione è data dall’arretratezza della normativa, che impiega tempi infiniti per seguire l’evolvere dei fenomeni. Gli studi ondeggiano tra lodi e condanne, con tanto di pubblicazioni, commenti e giudizi: il rischio evidente è aggiungere ulteriore confusione per un mondo che – come tutte le cose – ha pregi e difetti.

La grande differenziazione è tra volontariato e “impresa sociale”. Il volontariato – per definizione – è gratuito: può essere applicato per ambiti occasionali che non riguardano la cura delle persone. Di volontariati ne esistono molti: per la politica, per la cultura, per lo sport, per l’ambiente, per il sociale. Quando l’impegno diventa stabile ed esige continuità e professionalità si crea impresa. La confusione nasce dall’evolvere del fenomeno, perché spesso si nasce volontari per diventare – nel tempo – impiegati.

Il volontariato e l’impresa hanno le proprie regole, che vanno rispettate. L’ammassare giudizi generici non ha senso e non offre la visione corretta dei fenomeni. Ci sono volontariati e imprese corretti e scorretti.

Diversa è la discussione sulla presenza del volontariato e dell’impresa all’interno della costruzione del welfare. Le scelte possono essere molte, ma un dato è certo: la risposta ai bisogni sociali fa sempre capo all’amministrazione pubblica, con denaro di tutti. Si può discutere sull’opportunità di riservare la gestione al pubblico o di affidarla al privato sociale, oppure, cosa che avviene sempre più spesso, ad ambedue. Occorre però evitare due esagerazioni: appellare al non profit per ridurre gli impegni del pubblico; ritornare a una statalizzazione di ogni intervento.

Non sempre nelle politiche sociali le intenzioni sono corrette: spesso si chiede un pranzo di pesce, ma si offrono risorse che non basterebbero per una pizza.

La strada da percorrere è indicata dalle scelte politiche e da una legislazione congrua che tuteli i promotori e i destinatari degli interventi sociali.

Quando qualcosa non funziona occorre leggere le condizioni, le risorse, gli impegni affidati a ciascuna parte sociale, in un chiaro quadro di rispetto e doveri reciproci. La pratica è piena di scorrettezze sia da parte dell’impegno pubblico che delle organizzazioni private. Ma basare conclusioni su singoli esempi, positivi o negativi che siano, non porta da nessuna parte.

 

P.S. Giorni fa ho avuto modo di dire quello che penso sulla trasformazione del volontariato in impresa sociale e sulla questione del “potere” all’interno di essa. Trovate qui l’estratto del video.

© Redattore sociale