Sono quotidiane le notizie di sbarchi nel mar di Sicilia. Il fenomeno dell’immigrazione è divenuto – non da oggi – strutturale: guerre, fame, carestie e il sogno di futuro migliore fanno affluire in Europa decine di migliaia di persone da tutti i paesi dell’Europa dell’Est, dell’Africa e del Mediterraneo.

Le storie sono drammatiche: quasi 20 mila migranti morti dal 1988 ad oggi (fonte Fortress Europe). Coloro che sono arrivati vivi hanno spesso un futuro invivibile. In ogni città oramai si vedono vagare ragazzi intorno ai cassonetti in cerca di cibo e vestiario.

Non esiste una politica europea a riguardo; le politiche nazionali oscillano tra l’accoglienza e il rifiuto, in un caos totale emergenziale. L’Italia è in frontiera. Il ministero dell’Interno ha pubblicato i dati degli sbarchi dal 2006 al 20 aprile 2014: oltre 230 mila persone, con 5.700 vittime.

I tabù rimasti irrisolti, suggeriti dall’esperienza di gestione dell’immigrazione di emergenza, sono quattro.

Il primo tabù è l’identificazione. I commissariati e le prefetture sono in ritardo. Per il celebre cedolino provvisorio occorrono settimane, con formulazione di questionari complicati e anche inutili. Un marchingegno che vorrebbe chiarire le condizioni adeguate a rilasciare la qualifica di “rifugiato”. Non avendo riscontri non si comprende che valore possano avere dichiarazioni spontanee di gente disperata.

Il secondo tabù è l’accoglienza. Raccogliticci di strutture e persone che, di volta in volta, vengono coinvolti nell’emergenza. Piani strutturali non esistono. Ultimamente il ministero dell’interno ha precettato le prefetture a sistemare 50 immigrati ciascuna, spostando i problemi dagli uffici centrali a quelli periferici, i quali si arrangiano come possono.

Terzo tabù è l’integrazione. Nessun percorso né indirizzi programmati. Il cedolino provvisorio non è valido per gli ispettorati del lavoro. Gli immigrati rimangono nelle mani del nulla. Hanno la sola possibilità di lavoro nero, se e quando esiste.

Quarto tabù è il controllo sul territorio. Le persone che chiedono asilo in Italia non sono tutte sane, forti e belle. Nei grandi numeri c’è di tutto: malattie, malintenzioni, delinquenze e scarsa attitudine al lavoro insieme a istruzione, imprenditorialità e correttezza. Ottenuto il permesso di soggiorno ognuno è affidato alla sorte, a volte buona a volte cattiva.

La conclusione di questo quadro non è difficile. L’immigrazione è un problema strutturale. La politica deve poter e voler gestire il fenomeno: dalle origini alla conclusione. È un problema dell’Intera Europa e solo in quell’ambito si può trasformare l’immigrazione in risorsa: sia per chi è accolto, sia per chi accoglie.

Le leggi sono utili se sono risolutrici del fenomeno e dotate di sufficienti risorse. In caso contrario rimangono gli slogan, sempre utili a chi li conia piuttosto che a chi li ascolta. Peccato che nelle pieghe le vittime sono troppe.