Al di là di come il testo dell'esortazione apostolica Evangelii gaudium è organizzato, le novità sono molte per quanto riguarda i contenuti. La prima caratteristica espressa è la gioia (da cui il titolo dell’esortazione): una gioia vissuta perché il cristianesimo è vissuto come occasione bella da vivere; non dottrine aride, non immobilismo subìto, ma slancio verso Dio e il mondo. Il concetto è espresso con la Chiesa dalle porte aperte. Occorre essere facilitatori, non controllori: “Migliore una Chiesa accidentata, ferita, sporca, invece che chiusa nelle proprie sicurezze”.
Il tema centrale della evangelizzazione è la misericordia di Dio: Cristo è venuto a guarire e a salvare. Inutili le dottrine sterili e il grigio pragmatismo della vita quotidiana. Né valgono le apparenze della religiosità che in realtà servono a se stessi, compresa la gloria umana e il benessere personale. Non servono grandi piani pastorali per dimostrare la grande organizzazione della Chiesa. Di fronte alle grandi tentazioni occorre convertirsi, a partire dal papato, fino ai vescovi, alle parrocchie, a ogni fedele cristiano.
Occorre dare spazio al popolo di Dio, ai giovani alle donne, ai laici. Non confondere la potestà sacramentale con il potere. La mancanza di vocazioni spesso è dovuto alla mancanza di un fervore apostolico contagioso. Attenzione alle vocazioni dettate da insicurezza affettiva, ricerca di potere, gloria umana. Il ruolo fondamentale dell’annuncio è Cristo che ti ama e ha dato la vita per salvarti, da cui vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza per annunciare questo messaggio d’amore.

L’esortazione insiste molto sulla fede del popolo, autentica fede che ispira la Chiesa. L’evangelizzazione non può esentarsi dal creare le condizioni migliori per il mondo, nel rispetto della persona e nella ricerca del bene comune. L’opzione per i poveri è una categoria teologica, prima che culturale: una Chiesa povera per i poveri, ai quali dare attenzione di evangelizzazione, senza disprezzare la pietà popolare alla quale riconosce forza evangelizzatrice. Il cristianesimo ha un volto pluriforme: occorre pazienza nel rispettarlo, senza coartarlo. L’evangelizzazione non può prescindere dalle condizioni umane, sociali economiche di molte persone e popoli poveri. È per la vita e non è una battaglia retrograda tutelare la vita dei nascituri.
La scrittura è piena dell’attenzione di Dio per le persone fragili. Per questo i politici debbono aver cura dei poveri, invitando tutti ad un’apertura di cuore, contro i nazionalismi.

La Chiesa è portatrice di pace e di dialogo: a tale proposito suggerisce quattro regole. Il tempo è superiore alla spazio: significa lavorare guardando il futuro; l’unità prevale sul conflitto: significa cercare un’unità frutto delle diversità; la realtà è più importante delle regole, nel senso che non vale la retorica; il tutto è superiore alla parte, per non chiudersi nei propri egoismi.
Due curiosità nell’esortazione. La prima: l’attenzione all’omelia. Il Papa vi dedica 24 paragrafi, indicando tutti i passaggi necessari al dialogo con il proprio popolo. Conclude che un’omelia deve possedere un’idea, un sentimento, un’immagine, non dimenticando il detto del Siracide: “Compendia il tuo discorso. Molte cose in poche parole”. Importante mettersi in sintonia con chi ascolta offrendo l’essenziale, “senza rispondere a domande che nessuno si pone”.
L’altra curiosità è la modalità con cui tratta il mondo dell’ingiustizia. Senza schemi politici o sociologici, ma con fermezza e chiarezza: “Questa economia uccide; fa prevalere la legge del più forte, dove il potere mangia il più debole. Gli esclusi non sono sfruttati, ma rifiuti, avanzi. C’è una nuova tirannia invisibile di un mercato divinizzato dove regnano “speculazione finanziaria, corruzione ramificata, evasione fiscale egoista”. Parole forti, frutto dell’esperienza di vescovo in un Paese ai margini del mondo.