ClaudioCorsoAveva 42 anni, era disoccupato e disabile. Era romano, ma viveva in una struttura per homeless a Firenze. A nulla sono servite le lettere aperte e gli appelli su Facebook per chiedere un sostegno economico. E martedì scorso, 12 novembre, si è tolto la vita. Con la sua morte Claudio Corso ha volto dire a tutti che non c’era posto per lui nel mondo. Affetto da disturbo bipolare, con difficoltà motorie, pur essendo ospite in una casa d’accoglienza, non ha retto all’umiliazione di essere di peso. Senza lavoro, senza casa, significa non avere identità: prima per sé e poi per gli altri.

Quando all’orizzonte non si vede la luce, la fine della vita diventa ossessiva fino ad avere il sopravvento. Contemporaneamente si scopre che i nostri manager pubblici sono i più pagati in Europa, quasi che l’Italia fosse il motore di sviluppo nel mondo. Nulla di tutto questo: sono privilegiati perché in diretta collusione con chi li ha messi nel loro posto.

Nonostante questo nessuna ribellione, nessun gesto di cambiamento, ma l’appiattimento sull’esistente, pensando ciascuno per sé, di poter sopravvivere a una situazione sempre più depressa. Claudio è una vittima nemmeno ricordata. Diranno che i disturbi psichiatrici hanno avuto un esito nefasto, attribuendo ad un’entità astratta e anonima (la malattia) la responsabilità di un’esistenza troncata. Anche lui avrà avuto i suoi sogni e le sue speranze.

Facebook non è stato sufficiente a dare futuro, perché la vita di ogni giorno ha momenti di solitudine che può essere sorretta solo da fatti concreti. Almeno che la morte sia monito, per tentare di dare sollievo a quanti – troppi – rischiano di morire. È un appello ricorrente. Necessario perché essere solidali significa poter avere un’àncora di salvezza: se non per solidarietà, almeno per interesse.