L'inquieto

di don Vinicio Albanesi

arroganza e disprezzo

Fanno riflettere le notizie recenti sulle violenze gratuite e feroci contro persone fragili (bambini, disabili, anziani …) che ormai quotidianamente la cronaca riferisce. Che succede è la domanda logica a tale esplosione. Le chiavi della risposta possono essere due: arroganza e disprezzo.

L’arroganza di chi sa che la persona offesa non può riferire ciò che soffre, perché non è in grado di raccontare. Da qui la “libertà” di essere violenti. Solo dopo mesi infatti si scoprono le umiliazioni che bambini, anziani, disabili hanno subito. Né tutto viene sempre scoperto. Un’arroganza che ha radici profonde di chi si sente forte, superiore e soprattutto senza controlli. Una specie di “potenza frustrata” che si scatena su quanti non possono reagire.  Né si tratta di persone dall’equilibrio psichico instabile: sono persone invece solamente arroganti e crudeli. A ben riflettere questi comportamenti ricordano la ferocia di molti furti nelle case contro persone indifese o abitanti in case solitarie.

La seconda radice è il disprezzo nei confronti di chi si assiste perché, alla fin fine, i destinatari dei servizi sono considerati senza stima e senza futuro. L’assistente disprezza lui stesso il lavoro che svolge, diventando oltre che persecutore vittima di un’occupazione che non ama e che probabilmente non ha scelto.

Né la cosiddetta professionalità riesce a risollevare la “pochezza” del lavoro svolto, perché spesso accettato in mancanza di meglio.

Accompagnare persone fragili esige un grande equilibrio e un’elevata preparazione professionale: ma non sono sufficienti. E’ necessario aver acquisito il rispetto della persona in  qualsiasi condizione essa si trovi. Le difficoltà delle relazioni, la fatica delle intemperanze, la dissociazione non possono essere né annullate, né spiegate. Possono essere solo gestite: con rispetto e amore.

Purtroppo la cultura dominante non aiuta questo processo: ogni giovane in cerca di occupazione chiede un posto scic, ben pagato, professionalmente esaltante: fare l’assistente non ha nessuna di queste caratteristiche. Né la risposta delle istituzioni riesce a garantire dignità, risorse, accompagnamento per dare qualità a chi non è in grado di gestire autonomamente la propria vita.

Una riflessione seria che non può fermarsi allo sdegno momentaneo che la cronaca nera suscita, ma che deve far riflettere sullo stile di vita corrente, rivedendo alcuni canoni di comportamento: l’arroganza e il disprezzo  sono purtroppo alimentate e non combattute.

La riforma di Francesco, per una chiesa che sappia farsi inquietare

Il discorso di oggi di Papa Francesco rivolto alla Chiesa italiana riunita a Firenze in occasione del 5° convegno nazionale della Chiesa italiana rimarrà come pietra miliare del suo essere Pontefice.

Papa Francesco1Le parole non girano a vuoto perché non possono essere solo “belle, colte, raffinate”, ma debbono essere parole di fede.

Prendendo spunto dal volto del Cristo del giudizio universale della cattedrale, traccia i “sentimenti di Cristo” che riassume nell’umiltà, nel disinteresse, nella beatitudine. La spiegazione di questi sentimenti è seria. L’ossessione di preservare "la propria gloria, la propria dignità, la propria influenza” non può far parte del cristiano. L’umanità del cristiano non è “narcisista, autoreferenziale. Quando il nostro cuore è ricco e tanto soddisfatto di se stesso, non c’è posto per Dio”.

La beatitudine si raggiunge, quando, poveri di spirito, si sperimenta la gioia di Dio. La stessa beatitudine della nostra gente che “conosce la ricchezza della solidarietà, la ricchezza del sacrificio quotidiano del lavoro, a volte duro e mal pagato, ma svolto per amore delle persone care”.

Da queste caratteristiche il Papa conclude che i cristiani non possono essere ossessionati dal potere, né pensare a se stessi: “non voglio una Chiesa malata per la chiusura e per la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”.

Papa Francesco ritorna poi sulle tentazioni che possono riguardare la Chiesa: la tentazione pelagiana che privilegia strutture, pianificazioni con stile di controllo, durezza e normatività. La Chiesa abbia la forza di farsi investire dalla inquietudine, alla ricerca di nuove frontiere, senza paura delle tempeste.

L’altra tentazione è quella dello gnosticismo. Pretendere di confidare nel ragionamento logico e chiaro, nella chiusura del proprio soggettivismo.

ImmagineSacraMIsericordiaAlla domanda che cosa fare il Papa lascia ai Vescovi e ai rappresentanti di tutto il popolo cristiano di individuare strade e percorsi, non dimenticando la lezione delle beatitudini.

Ai vescovi chiede di essere pastori, di essere sostenuti dal proprio popolo, di distinguersi nell’esercizio della carità cristiana. Che siano lontani da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. Raccomanda il dialogo e l’incontro non avendo timore di culture e fedi diverse. La società italiana si costruisce “quando le sue diverse ricchezze possono dialogare: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella politica, quella dei media.” La Chiesa sia fermento di dialogo. Non solo a parole, ma facendo qualcosa insieme.

Il discorso del Papa alla Chiesa italiana ha indicato i “criteri” di fondo della Chiesa, riprendendo i concetti della Evangelii Gaudium. Non è mai sceso in dettagli di pastorale, di liturgia, di organizzazione. Gli preme dare un’identità alla Chiesa, sottolineando le virtù da inseguire e le tentazioni da evitare.

Le sue indicazioni sono profondamente spirituali: aggiungono la concretezza degli orientamenti e dei comportamenti.

Riflettendo su questo discorso si possono comprendere le linee portanti della riforma necessaria. I temi, dopo oltre due anni di pontificato, ritornano puntuali. Non hanno nulla di rivoluzionario, ma indicano una lettura “autentica” del messaggio evangelico; per certi versi sofferta e per questo coraggiosa. Molto percorso resta da fare per allontanare le incrostazioni di una Chiesa sicura di sé e dedita alla propria tutela.

Caso Kyenge: quando i politici dicono, disdicono, stradicono, non dicono niente

Tra le notizie belle di questa mattina abbiamo letto che il Senato della Repubblica italiana ha detto sì all’autorizzazione a procedere per diffamazione, no a quella per istigazione all’odio razziale nei confronti del sen. Calderoli. Il 13 Luglio 2013, durante un comizio a Treviglio, l’allora Vice-Presidente del Senato aveva detto: “Smanettando con internet apro “il governo italiano” e, cazzo, cosa mi viene fuori? La Kyenge. Io resto secco. Io sono amante di animali, eh, per l’amore del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie, però quando vedo le immagini della Kyenge e quelle sembianze di orango, resto ancora sconvolto”.

Calderoli e KiengeEvviva il nostro Senato della Repubblica perché al rispetto delle istituzioni (verso un Ministro) al rispetto di una donna (nel caso della Kyenge) al rispetto della la verità (che cosa di più ignobile si potrebbe dire a una donna di colore) ha preferito piccoli e grandi strategie di politica nazionale (equilibri, riforme, governabilità, stabilità economica).

Non è vero nulla: i nostri rappresentanti al Senato si sentono onnipotenti. Gestiscono concetti, parole, indicazioni fuori da ogni realtà e buon senso. “Dicono, disdicono, stradicono, non dicono niente” affermava S. Caterina da Siena ai potenti del suo tempo.

Con esempi così eccelsi, difficile combattere il bullismo a scuola, gestire le paure dell’immigrazione, dare un futuro ai giovani e alle famiglie.


La conclusione che si trae è facile: si può dire e fare quasi tutto in proporzione del potere che hai. Il colpevole tenderà a minimizzare (ha chiesto scusa, ha mandato fiori), i sodali cercheranno le vie d’uscita nelle pieghe di un regolamento debitamente ammansito. Si invocherà comprensione e misericordia senza spese. Perché – il bello deve venire – la pena per l’offesa non sarà troppo onerosa: lo spirito è quello dei “compagni di merenda”; una battuta colorita, un linguaggio proporzionato alla lotta politica … bla, bla, bla … forse un po’ esagerato! Oggi a te, domani a me.

Tutti resteranno in silenzio, perché devi far parte dell’istituzione, altrimenti ridiventi un comune cittadino: in politica, in magistratura, nella finanza, nella Chiesa. Al dunque le lotte liberatorie, le utopie, un futuro radioso scompaiono nei privilegi di quanti hanno fatto le leggi per tutelare i propri interessi.

Saranno i convegni di sociologi, antropologi, economisti a tentare di spiegare perché metà della popolazione non va a votare. Ma l’istituzione si regge anche quando più della metà degli aventi diritto non partecipa. Tutto previsto. 

Accoglienza, il dilemma dei religiosi che “non hanno nulla e possiedono tutto”

Molti si sono meravigliati che Papa Francesco, all’Angelus di domenica 6 settembre, abbia suggerito che “Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa ospiti una famiglia, incominciando dalla mia diocesi di Roma”. In realtà ha ripreso un’antichissima tradizione che è già scritta (anno 534) nella Regola benedettina: “Specialmente i poveri e i pellegrini siano accolti con tutto il riguardo e la premura possibile, perché è proprio in loro che si riceve Cristo in modo tutto particolare e, d'altra parte, l'imponenza dei ricchi incute rispetto già di per sé.” (Cap. 53, n. 15)

Immagine sacraOgni fondatore/fondatrice di ordine religioso o di congregazione religiosa suggerisce di essere attento ai poveri, seguendo l’indicazione biblica che “Dio sostiene l’orfano e la vedova” e protegge “lo straniero”, perché - dice il Salmo - “forestiero sono qui sulla terra.” (Salmo 119,9)

La domanda che molti si pongono è perché la Chiesa possieda molti beni, risultando ricca e piuttosto indifferente a concedere accoglienza con generosità.

Tre grandi fenomeni accentuano la volontà del possesso dei beni. Il primo riguarda l’invecchiamento dei religiosi e religiose. Grandi strutture, una volta fiorenti per le attività svolte (scuole, ospizi, ospedali, centri di formazione professionale) sono oramai deserte. Le persone anziane sperano che un giorno quelle strutture possano ritornare utili; da qui la riottosità a metterle a disposizione. Sono occorsi molti secoli e molti sacrifici perché le opere fossero compiute. Purtroppo manca il coraggio di disfarsene, per paura di tradire la causa. Nel frattempo molte comunità vivono con le pensioni dei propri religiosi anziani.

Ma anche volendo disfarsene, chi è in grado oggi di comprare? Non sono molti i religiosi e le religiose dedite in modo esclusivo alla carità. Occuparsi di carità immette in una catena di regole e rapporti con il pubblico che molte organizzazioni religiose non sono più in grado di reggere.

ReligiosiCapitano esempi di cessioni di attività, di commissariamenti, di amministrazioni controllate di opere che erano sorte con grande slancio caritativo. Non resta che cedere beni e attività al “mercato” speculativo, nella speranza che il ricavato possa aiutare altre opere, magari in terra di missione. Cedere alle speculazioni non compensa spesso le buone intenzioni, perché producono molti più guasti del bene che dovrebbero garantire.

La terza via è all’apparenza la più disastrosa e sconsigliabile: immettere nel circuito mercantile conventi, monasteri, scuole, per trasformarli in attività economicamente redditizie (alberghi, case di accoglienza, negozi…) appare all’opinione pubblica un passaggio incomprensibile e oltraggioso. Da qui spesso il giudizio tranciante soprattutto a fronte di emergenze evidenti.

La situazione a Roma è ancor più drammatica. Da quando Sisto V (Papa dal 1585 al 1590) riorganizzò la Curia pontificia accentrandola a Roma, ogni istituto religioso ha una sua casa nella città (casa generalizia, collegio, seminario…): si spiega così l’enorme numero di proprietà immobiliari nella capitale che, all’opinione pubblica restano “scandalose”.

Occorrerebbe decentrare gli uffici della Curia romana nel mondo per alleggerire il carico immobiliare nella capitale.

Papa Francesco ha voluto suggerire un gesto che faccia emergere azioni di vicinanza e, come ama dire, di misericordia, smentendo il detto un po’ sarcastico attribuito ai religiosi: “nihil habentes et omnia possidentes” (non hanno nulla e possiedono tutto).

Coppia dell’acido: il futuro del bambino e l’equilibrio mentale della mamma

La discussione sul bambino sottratto alla madre Martina Levato perché condannata, in primo grado, a 14 anni per l’aggressione con l’acido a Pietro Barbini, insieme ad Alex Boettcher, ha visto schierarsi due opinioni. La prima dice – sostenuta dai nonni del bambino – che non è stato giusto allontanare la creatura dalla madre, la seconda afferma invece essere stata una giusta decisione (il ricorso per l'adottabilità) per la difesa del neonato.

La discussione è destinata a durare all’infinito.


Levalo1La corrente di pensiero dei tribunali ordinari tende a difendere il nucleo familiare, anche in presenza di fatti problematici all’interno della famiglia. La riflessione poggia sui vantaggi che comunque il nucleo familiare (magari allargato ai nonni e agli zii/zie) garantisce per la crescita del bambino. I tribunali dei minorenni invece, più attenti ai problemi del minore, spesso non esitano a sottrarli ai propri genitori, se ritenuti incapaci di garantire un futuro sereno. Tra i due mali (figlio con genitori problematici e figlio adottato) preferiscono la seconda soluzione.

L’esperienza diretta di accoglienza di minori in comunità ci dice che non si può alimentare una discussione generale su che cosa è bene e che cosa è male in simili circostanze. È indispensabile conoscere bene la singola situazione ed esaminarla non soltanto per il presente, ma anche per il futuro.

Una creatura che nasce in una famiglia problematica, ha comunque un futuro difficile; non necessariamente negativo. Abbiamo avuto bimbi che hanno superato stress pesanti e faticosi nella loro crescita, come abbiamo assistito ad adolescenze e giovinezze che rispecchiavano, aggravandoli, i problemi familiari.

Non è affatto facile conoscere il perché di questi risultati contrastanti: la vita di una persona – soprattutto se minore – ha un’infinità di variabili che non sono gestibili dall’esterno (ricordi, sensazioni, caratteri, amici, scuola…). Il risultato di queste variabili si scopre non prima di dieci/quindici anni, quando le conseguenze positive o negative hanno fatto il loro corso.

Un dettaglio abbiamo notato. La mamma che cresce un figlio da sola, anche accolta in una struttura educativa, non deve avere seri problemi psicologici/psichiatrici. La crescita di un neonato è faticosa: impegna la madre in modo grave e – soprattutto – senza tregua. Occorre quindi molto equilibrio e molta fatica e resistenza. Se la mamma ha i “suoi” problemi le conseguenze saranno molto negative per lei e per la creatura, con il rischio di compromettere la crescita del minore.

Con l’aggravante di una incertezza: nessuno può prevedere il futuro; si è legati alle notizie che si hanno nel presente, senza nessuna garanzia di essere esenti da errori.

Quelle riviste chiuse e la fase animista del cristianesimo italiano

La fine della pubblicazione delle riviste “Il Regno”, “La Settimana” e “Musica e assemblea” alla fine del 2015 per motivi economici è una notizia triste. Per me personalmente per essere stato abbonato “da sempre” e per il mondo cattolico italiano, perché mancherà un’informazione corretta sulle cose di Chiesa.

Il regno copertina rivistaRiviste che con equilibrio e puntualità hanno aggiornato su temi riguardanti il mondo ecclesiale all’interno della Chiesa e nei rapporti con il mondo, coerenti con uno stile che non ha mai ceduto a prese di posizioni “amiche” nei confronti della gerarchia, ma nemmeno dei movimenti che si autodichiaravano innovatori. Gli autori degli articoli e della selezione della documentazione, in questi lungi anni, hanno guardato alla vita ecclesiale seguendo la linea conciliare, senza ideologismi e senza paura.

Che le tre riviste siano costrette a chiudere per motivi economici (riduzione del numero di abbonati, costi di produzione…) la dice lunga sul mondo cosiddetto cattolico. Un mondo che dimostra che chi è in grado di leggere non si informa più della vita della Chiesa e chi non è in grado di seguire le sorti ecclesiali, è oramai orientato alle forme devozionali sempre più invadenti ed esclusive.

La stessa presenza del Papa (i suoi gesti e le sue parole) è ridotta oramai a forme di “fioretti” che lo rendono “menestrello di Dio”.

La chiusura delle riviste dei dehoniani (e non solo) spinge a una riflessione profonda sulla “consistenza” del cattolicesimo “pubblico” in Italia che – a nostro modesto parere – indica la scomparsa della “cultura cattolica”, ridotta non, come a volte si dice, nel privato, ma alla semplice scomparsa.

Per quel che vale, suggerisco che gli amici dehoniani, prima della fine del 2015, aiutino tutti noi nella riflessione seria della “secolarizzazione compiuta” in Italia. Nella cultura, nella politica, nell’economia, nella solidarietà, il modello cristiano è alla mercè delle impostazioni personali, accelerandone semplicemente l’assenza.

Senza allarmismi, ma con lucidità è giunto il momento della presa di coscienza del paganesimo in Italia e in occidente, traendo le conseguenze per l’organizzazione della Chiesa, il linguaggio, la presenza dei cristiani nel nostro mondo.

Troppi segnali dicono che stiamo vivendo una fase “animista” nella quale i concetti, i comportamenti, le conseguenze non hanno logiche di appartenenza, ma di semplice sintesi che variano da luogo a luogo, da materia a materia, da ambito ad ambito.

Spero con tutto il cuore che la voce dei dehoniani in Italia non si spenga, ma possa continuare a informare, a formare e a seguire il cammino della Chiesa in Italia e nel mondo.

Una sera a teatro Di Martedì. Cronaca di due minuti in un talk show

vinicio_a_dimartediMi chiamano al cellulare alle 17 di Martedì 24 Febbraio. Una ragazza si qualifica come giornalista della trasmissione “Di Martedì”, condotta da Giovanni Floris.

- Vorremmo invitarla a Roma alla trasmissione di questa sera.
- Quale argomento trattate?
- La povertà.
- Chi sono gli ospiti?
Mi vengono detti i nomi: Boldrini, Abete, Meloni …
- Posso venire.
- La richiamerò tra poco e le farò sapere.

Altro squillo:
- Giovanni è molto contento, la contatterà una ragazza per i dettagli. Se vuole la mandiamo a prendere e se vuole può pernottare a Roma.

Valentina, la seconda ragazza, chiama per l’organizzazione: chiedo l’indirizzo degli studi. Preferisco andare con un mio mezzo e rientrare in serata. L’appuntamento è per le 22. Sono a destinazione un po’ in anticipo: via Tiburtina 521 a Roma, presso “Los studios”.

Valentina mi accoglie e mi offre qualcosa da bere e da mangiare in un angolo del teatro, ricavato con polverose tende oscure. Preferisco rimanere fuori: dispenso la ragazza dallo starmi addosso. Mi presenta il microfonista per le 22.30.

E’ una serata piovosa anche a Roma. Passeggio nel cortile di un complesso degradato, caratteristico della periferia, una volta industriale, di Roma. La struttura è dell’epoca del fascio non curata e non rinnovata; conto tre teatri. All’aperto, sotto una pensilina, tre vigili del fuoco chiacchierano dei loro turni. Quel posto semibuio suscita tristezza e solitudine.

Mi microfonano e aspetto che mi chiamino. Scopro che alcuni pezzi della trasmissione sono stati già registrati. All’interno la coreografia è di cartapesta. Luci soffuse, strutture con tubi innocenti: una folla che è lì da molto tempo.

Non mi hanno detto nulla, né mi informano su quali saranno gli argomenti. In trasmissione saluto gli ospiti e, dopo il benvenuto, mandano un servizio sulle pensioni. Anziani preoccupati di non potercela fare; gente che deve stare attenta alla spesa, che si arrangia per racimolare qualcosa. La domanda a bruciapelo.
- Che ne pensa lei, dal suo punto di vista?

Esprimo il mio pensiero sulle disuguaglianze: faccio notare che fino a che vivranno insieme due anziani riusciranno a sopravvivere, ma se dovesse rimanere uno dei due è la fine. Distanze infinite tra 550 euro di pensione per alcuni e 50 mila per altri. Un “cesto” di ingiustizie su cui nessuno ha messo mano.

Vorrei motivare il mio punto di vista. Ma il minuto del mio intervento è scaduto e inizia il “duello rusticano” tra destra e sinistra.

Noto che alcuni applausi sono spontanei, altri incentivati da un capo coro. Comprendo subito che sono capitato nel posto sbagliato, in occasione sbagliata. Ma non mi innervosisco. È andata. Assisto al proseguo della trasmissione: vengono affrontati i temi della sanità, della concorrenza, delle assicurazioni, con servizi e dibattito. Almeno sulla sanità potrei dire qualcosa. Ma il giro degli interventi mi salta.

Giovanni Floris, dopo un’ora, mi sussurra “ti farò concludere”.

Faccio appello alla morale che dovrebbe spingere a trovare soluzioni più eque e giuste. Anche il mio secondo minuto di intervento è terminato. La trasmissione va verso la conclusione.

Torno a casa e rifletto sulla mia comparsa a teatro e sui temi trattati. Stamattina una signora mi ha chiamato per dirmi:
- Sei sempre lo stesso: bravo per aver detto cose giuste; hai parlato poco e non hai partecipato al bla bla dei soliti...

Rimane il dubbio se vale la pena impiegare fatica e tempo per simili teatri.

Il matrimonio è un contratto o un sacramento? La sfida del Sinodo 2015

Ad una settimana dal termine del Sinodo sulla famiglia (16 Ottobre 2014), ancora si leggono e ascoltano echi e commenti per capire che cosa è avvenuto e quali scelte la Chiesa assumerà definitivamente il prossimo anno, quando il Sinodo ordinario giungerà a conclusione.

I media hanno esaltato i temi caldi: le convivenze e le unioni di fatto; la comunione ai divorziati risposati e infine le convivenze-matrimonio degli omosessuali. In realtà il tema generale era la famiglia: alla discussione partecipavano persone (per lo più vescovi e cardinali) che provenivano da tutto il mondo. Ciascuno ha sottolineato aspetti che sentiva più vicini alle aree da cui proveniva.

Un primo risultato è stato il clima diverso che Papa Francesco ha chiesto a coloro che partecipavano al Sinodo: esprimersi liberamente, ascoltarsi e infine trovare una sintesi. Un metodo nuovo se si pensa aiSinodi precedenti quando le discussioni non venivano rese pubbliche ed era il Papa, con una Lettera apostolica, a dettare le conclusioni.

Al Sinodo oltre la relazione introduttiva del card. Erdō e la relazione successiva è stato pubblicato il documento definitivo del Sinodo.

Volendo sintetizzare molto, la prima difficoltà è consistita in due diversi approcci al tema. Un primo gruppo di sinodali ha utilizzato – per intenderci – il metodo induttivo: partiamo dalla situazione reale delle famiglie e ragioniamo (cura pastorale) su che cosa è possibile fare per rafforzare la vita delle famiglie, non escluse quelle in difficoltà. Un secondo gruppo ha chiesto invece di ripartire dalla “dottrina della Chiesa” (metodo deduttivo), incoraggiare le famiglie cristiane non escludendo quelle irregolari.

Non è stato solo un problema di metodo, ma anche di contenuto. La discussione che è emersa si è accentrata sull’indissolubilità, argomento significativo sia per le famiglie regolari, che per quelle irregolari. Tradotte, sono state usate in contrapposizione le parole verità-misericordia. La verità porta alla severità di non transigere sulle proprietà essenziali del matrimonio (unità e indissolubilità), la misericordia porta a leggere le irregolarità come possibile percorso verso la pienezza della famiglia cristiana.

La sintesi finale del Sinodo fa emergere i due approcci. Il problema vero è che non si è trovata la sintesi. Si descrivono le difficoltà delle famiglie oggi, ma non sono state suggerite risposte a quelle irregolari, se non appellando alla “cura pastorale” che è un invito generico all’attenzione, senza soluzioni.

Comunque il Sinodo straordinario ha ottenuto significativi risultati. Il primo, la possibilità di discutere apertamente su posizioni diverse. Il secondo non aver permesso di giudicare le persone per il loro stato di vita, anche se in netto contrasto con la dottrina della Chiesa. Il terzo risultato è aver avuto la forza di continuare nell’approfondimento (che avverrà nell’Ottobre 2015 con il Sinodo ordinario).

Il bilancio dunque del Sinodo è positivo, anche se per i problemi più scabrosi – per i quali l’attenzione è stata alta – non si è arrivati alla celebre maggioranza dei due terzi che faceva di ogni affermazione “la voce del Sinodo”. E’ stato concesso un anno perché le Chiese locali possano intervenire a dibattere il tema per suggerire eventuali riflessioni utili al prossimo Sinodo.

A nostro parere,così come state poste le questioni, il Sinodo del 2015 non potrà fare molti passi avanti. Occorre riflettere sui dati di partenza, primo fra tutti, la concezione teologico-giuridica del matrimonio, come da secoli ci trasciniamo.

Fino a che il sacramento del matrimonio è inglobato nello schema concettuale del “contratto”, sarà difficile sganciarsi dalle regole consequenziali. Il ripensamento va fatto a partire dalla parola del Vangelo di Matteo (19, 3-9) “Non osi separare l’uomo ciò che Dio unisce”, per andare a rileggere la differenza che esiste tra un contratto e un sacramento; in seconda battuta avere il coraggio di esaminare le situazioni concrete. Solo così si potrà offrire indicazioni che, senza tradire “la verità”, possono illuminare la vita di famiglie regolari e irregolari.

La lezione di Andrea, diventato adulto nonostante tutto

Mi avevano svegliato presto perché Andrea si era sentito male. Mentre lo stavano accudendo per il risveglio mattutino, era improvvisamente sbiancato, con grave difficoltà di respiro.

Gli operatori del 118 sono giunti rapidamente: hanno trovato Andrea in arresto cardiaco. Hanno tentato il massaggio del cuore. A lungo, per più di un’ora, non badando al monitor che segnava un tracciato quasi piatto.

Dopo tre quarti d’ora, il cuore di Andrea ha ricominciato a battere. Il medico con sorpresa ha esclamato: “non me l’aspettavo”.

Vedendolo dall’esterno, il corpo di Andrea era estremamente fragile. Un ragazzo tetraplegico grave per un’asfissia neonatale.

I genitori l’hanno sempre accudito in famiglia, con grande attenzione e dedizione. Solo l’ultimo anno, dopo la scomparsa del babbo per una dolorosa malattia, ci avevano chiesto di ospitarlo anche per la notte. La disfagia aveva richiesto il posizionamento della peg per l’alimentazione adeguata. Ma il respiro, negli ultimi mesi, si era fatto sempre più faticoso. Era stata tentata la ventilazione meccanica, ma Andrea non sopportava la mascherina dell’ossigeno. Occorreva essere molto attenti, vegliandolo giorno e notte, perché un rigurgito l’avrebbe potuto far morire.

Mentre assistevo all’operazione del massaggio cardiaco, nell’atmosfera drammatica di quei momenti, ho sentito anche fisicamente, il soffio della vita. Andrea, nonostante avesse appena 41 anni, aveva vissuto a lungo. Costretto nella barella, non poteva né parlare, né muoversi. Le uniche risorse erano l’espressione del viso e il movimento degli occhi.

Eppure, nel momento della morte, il suo viso non suggeriva tristezza, ma la voglia di essere vivo. Quasi che dicesse: nonostante la mia immobilità, nonostante i miei limiti, sono un vivente. Prima bambino, poi adolescente, giovane e oggi adulto, con i miei sogni, le mie paure, e le mie gioie.

I funerali in comunità hanno suggerito, nelle parole dell’Apocalisse, un mondo dove non ci fossero né lacrime, né morte.

Da adulti abbiamo cercato di tener lontano il dolore, offrendo ad Andrea un’esistenza dignitosa e rispettosa. Il suo ricordo spinge all’affetto, all’impegno, alla professionalità per il rispetto di ogni creatura. Una grande lezione di amore alla vita.

Si può nascere volontari

Recentemente, anche per impulso della proposta di riforma da parte del governo, si è tornati a parlare di terzo settore. La confusione è molta sia nei termini, che nei giudizi.

Volontari

Nei termini perché si oscilla dal volontariato alle imprese sociali, chiamando il tutto genericamente non profit. Molta della confusione è data dall’arretratezza della normativa, che impiega tempi infiniti per seguire l’evolvere dei fenomeni. Gli studi ondeggiano tra lodi e condanne, con tanto di pubblicazioni, commenti e giudizi: il rischio evidente è aggiungere ulteriore confusione per un mondo che – come tutte le cose – ha pregi e difetti.

La grande differenziazione è tra volontariato e “impresa sociale”. Il volontariato – per definizione – è gratuito: può essere applicato per ambiti occasionali che non riguardano la cura delle persone. Di volontariati ne esistono molti: per la politica, per la cultura, per lo sport, per l’ambiente, per il sociale. Quando l’impegno diventa stabile ed esige continuità e professionalità si crea impresa. La confusione nasce dall’evolvere del fenomeno, perché spesso si nasce volontari per diventare – nel tempo – impiegati.

Il volontariato e l’impresa hanno le proprie regole, che vanno rispettate. L’ammassare giudizi generici non ha senso e non offre la visione corretta dei fenomeni. Ci sono volontariati e imprese corretti e scorretti.

Diversa è la discussione sulla presenza del volontariato e dell’impresa all’interno della costruzione del welfare. Le scelte possono essere molte, ma un dato è certo: la risposta ai bisogni sociali fa sempre capo all’amministrazione pubblica, con denaro di tutti. Si può discutere sull’opportunità di riservare la gestione al pubblico o di affidarla al privato sociale, oppure, cosa che avviene sempre più spesso, ad ambedue. Occorre però evitare due esagerazioni: appellare al non profit per ridurre gli impegni del pubblico; ritornare a una statalizzazione di ogni intervento.

Non sempre nelle politiche sociali le intenzioni sono corrette: spesso si chiede un pranzo di pesce, ma si offrono risorse che non basterebbero per una pizza.

La strada da percorrere è indicata dalle scelte politiche e da una legislazione congrua che tuteli i promotori e i destinatari degli interventi sociali.

Quando qualcosa non funziona occorre leggere le condizioni, le risorse, gli impegni affidati a ciascuna parte sociale, in un chiaro quadro di rispetto e doveri reciproci. La pratica è piena di scorrettezze sia da parte dell’impegno pubblico che delle organizzazioni private. Ma basare conclusioni su singoli esempi, positivi o negativi che siano, non porta da nessuna parte.

 

P.S. Giorni fa ho avuto modo di dire quello che penso sulla trasformazione del volontariato in impresa sociale e sulla questione del “potere” all’interno di essa. Trovate qui l’estratto del video.