Tra pochi giorni sarà approvata la legge finanziaria del 2010. Il 5 per mille, apparso sull'orizzonte della legislazione fiscale alla fine del 2005 e osannato come valorizzazione della gratuità delle persone che, a milioni, donano tempo e risorse per le cause sociali, è appeso oggi ai risultati dello scudo fiscale.
Si tratta di uno spicchio di risorse (400/500 milioni) sottoposto, di volta in volta, alla legge di spesa
dello Stato. Apparentemente ciascuno è libero di destinare una piccola quota delle tasse pagate alle associazioni meritevoli, in realtà è un"assegnazione ai capitoli di spesa del bilancio dello Stato: infatti è la legge che stabilisce l’ammontare della somma devoluta dal 5 per mille e per quali destinazioni. Non bisogna dimenticare che, oltre il volontariato il 5 per mille serve a contribuire al "finanziamento della ricerca scientifica e dell'università'; al finanziamento della ricerca sanitaria; alle attività sociali svolte dal comune di residenza del contribuente”… e ogni altra iniziativa che la legge finanziaria stabilirà. Una partita di giro spacciata per sensibilità sociale. Il denaro dovuto alle iniziative sociali non è messo a bilancio con una legge stabile, ma dipende dalle circostanze mobili dell’andamento della spesa.
La precarietà del 5 per mille quest’anno è stata particolarmente alta: sembrava scomparso, poi destinato ai terremotati d’Abruzzo, oggi è sottomesso allo scudo fiscale dal quale dipendono i sostegni all'autotrasporto, alle missioni di pace, agli impegni derivanti dalla partecipazione a banche e fondi internazionali, alla garanzia di equilibrio di bilancio per gli enti locali colpiti dal sisma in Abruzzo, alla parziale gratuità dei libri scolastici, all'agricoltura, alle scuole private, a convenzioni con i Comuni per la stabilizzazioni dei lavoratori precari, alla giustizia, alle categorie socialmente svantaggiate: una guerra tra poveri, con povere risorse.
L’appello è chiaro: se potete, rinunciate al 5 per mille. E’ meglio così: non c’è cosa peggiore che dipendere dalle risorse di chi, ingannando tutti, ha esportato denaro e ricchezze all’estero. Se oggi tali ricchezze rientrano è solo perché è conveniente, ingannando un’altra volta.
Lo scudo fiscale è lontano: c’è un evidente stridore tra chi crede nella solidarietà e chi la nega. Rinunciare è un segno di dignità e di coerenza. Purtroppo non tutti i gruppi e le associazioni possono permettersi di rifiutare una manciata di soldi. Nella povertà nella quale ci costringono, il non diventare complici assume almeno il valore morale di una piccola coerenza. E nega all’elemosiniere il diritto a chiamarsi generoso, giustificando un’operazione che è solo la sconfitta dei doveri di convivenza.