Riflessioni sul Libro verde sul futuro del modello sociale - "La vita buona nella società attiva”

La recente presentazione del Libro verde del Ministro Sacconi permette a quanti si occupano di sociale di contribuire alla riflessione sul welfare in Italia, bisognoso indubbiamente di essere rivisitato. In realtà le 24 pagine presentate, quasi come riassunto di quella che sarà la vera e propria proposta, non permettono più di tanto di interloquire.
Lo scritto presentato infatti fa intravedere ciò che sarà, non già ciò che è stato deciso magari in parte sul futuro del welfare. Le domande che intervallano il testo fanno presagire linee, non precisi orientamenti. Il quadro di insieme vuole affrontare il welfare nella sua complessità, mettendo in relazione i tre grandi capitoli della spesa sociale: la previdenza, la sanità, l'assistenza, non dimenticando il capitolo lavoro. E ciò è indubbiamente positivo.

Rimaneggiando il materiale presentato - per la verità non proprio organico - sono, a nostro parere, tre le grandi questioni che il tema welfare deve saper affrontare.

La povertà
Nel testo è stato ricordato il tema della povertà, non collegandolo al sistema pensionistico. Eppure è cosa arcinota che la spesa previdenziale (molto alta in Italia) ha la funzione di protezione sociale, non soltanto per chi ha lavorato, ma per chi ha bisogno di sostegno economico (pensioni sociali, assegno di accompagnamento etc), perché riduce la povertà. Le false pensioni sono una risposta impropria, ma necessaria, all"indigenza.
La riforma del sistema pensionistico dunque non può dimenticare i 10 milioni di persone povere (anziani soli, famiglie numerose, famiglie monoreddito…) che oramai da una diecina d'anni l"Istat regolarmente ricorda.
La strada è duplice: continuare a far passare da pensioni ciò che pensione non è, oppure introdurre un vero e proprio sostegno contro l’indigenza. C’è stato un timido esperimento per il reddito minimo, ma sostanzialmente le cose sono rimaste com’erano.
E’ opportuno distinguere nel futuro - per chiarezza, ma anche per dignità - il reddito da lavoro dal sostegno contro l’indigenza. I problemi nella nostra Italia si complicano per l’incertezza dell’accertamento dei redditi. E’ possibile però individuare criteri oggettivi per determinare l’eventuale intervento integrativo capace di sottrarre dalla povertà i singoli e le famiglie. Le due Italie (nord, sud – ricchi, poveri – tutelati, scoperti) altrimenti continueranno a convivere con l’aggravante della confusione, dell’arrangiamento, della sopravvivenza.

Le famiglie
La famiglia viene ricordata nel testo presentato almeno per tre motivi: per l’invecchiamento della popolazione, per la scarsa fertilità della famiglia italiana, per la necessità della sua presenza in un welfare sostenibile.
Il problema dell’invecchiamento della popolazione non è dato dall’attesa di vita, che fortunatamente nel tempo si prolunga, ma dalla quota percentuale che la popolazione anziana rappresenta rispetto alla globalità degli abitanti.
Il problema ha due soluzioni: importare sempre più immigrati che esprimono un tasso maggiore di fertilità (come oggi accade) oppure sostenere la natalità delle famiglie italiane. Oramai infinite volte il tema è stato ripreso e discusso, ma le risposte continuano a essere scarse e incerte. Gli incentivi alla natalità non sono sufficienti; la vicina Francia ha dimostrato che, anche nel breve tempo, la tendenza può essere invertita. La discussione non può protrarsi inutilmente: se non si inverte la rotta, il "meticciato” sarà sempre più alto, come forte sarà la percentuale degli anziani, con le conseguenze facilmente prevedibili di difficile sostenibilità nella sanità, nell’assistenza e nella
previdenza.
Il tema della famiglia in Italia è scioccamente ancorato all’ideologia, non volendo capire che si tratta di problema strutturale demografico. Una popolazione troppo vecchia diventa rapidamente debole e povera, incapace di garantire futuro ai propri cittadini.

Il lavoro
Il testo insiste sul lavoro, soprattutto per i più giovani, collegandolo al tema della formazione.
Ai temi della flessibilità, delle transizioni professionali, del collocamento e del lavoro è data eccessiva enfasi. I dati economici dicono che la crescita dell’economia è ferma. In un mercato delle offerte di lavoro scarso e asfittico la discussione sulla necessaria deregolazione rischia di diventare un discorso accademico.
L’Italia si sta impoverendo: nella prospettiva ampiamente documentata di scarsa fiducia sul futuro economico con la conseguente stagnazione della manodopera, l’ingresso veloce dei giovani al lavoro diventa chimera. La ripresa economica diventa la prima urgenza anche in relazione al welfare, a cui dovrebbe far seguito, con un po’ di coraggio, l’abbattimento di privilegi di posizioni occupazionali, onde permettere un turnover più equo e più rapido.

I modi e le circostanze del welfare
Il testo fa brevi cenni ai temi della sussidiarietà, delle tecnologie, del federalismo fiscale. Sono riflessioni che possono risultare utili se vanno ad accrescere equità ed efficienza a una impostazione solida di welfare. Diventano pericolose se tentano di aggirare i problemi seri di un welfare efficace.
Troppo spesso si ricorre a scorciatoie che sono tali solo apparentemente: il rischio evidente è quello di voler riportare a equilibrio misure che di per sé mai lo porteranno. Si pensi all’apporto della solidarietà dei privati. Può essere un contributo di eccellenza: la base di risposta sociale non può risiedere sulle speranze della contribuzione privata. Già oggi i singoli e le famiglie intervengono con propri mezzi (si pensi al sostegno delle badanti) per completare un welfare pieno di vuoti e di omissioni.

I silenzi
Nulla è detto sulle mediazioni delle prestazioni sociali: gli enti, gli addetti, le professionalità, l’organizzazione sul territorio.
Anche se le mediazioni non sono il cuore della riforma del welfare, è pur vero che non ne può prescindere. A livello nazionale, ma soprattutto a livello locale. Se il sistema previdenziale è omogeneo sul territorio nazionale, non così avviene per la sanità, per l’assistenza, per il mercato del lavoro. Il sociale è purtroppo ancora legato all’opzionale: nei settori di intervento e sulle modalità/qualità dei servizi, nonostante gli sforzi di omogeneizzazione sul territorio: si pensi alla legge 328.
Nulla inoltre si dice sulla tendenza, tutta recente, di uno sviluppo esasperato dei livelli professionali che comportano maggiori risorse. In questo processo si inseriscono due elementi scarsamente considerati: la disoccupazione intellettuale; la managerializzazione del sociale. Numeri eccessivi di psicologi, laureati in scienze dell’educazione, responsabili di comunità premono per l’occupazione: la conseguenza è l’allungamento della catena del sociale, con il rischio di maggiori costi e minore efficacia. Ancora più grave la sterilizzazione della relazione sociale, elemento indispensabile nei servizi che riguardano la persona.

La sostenibilità economica
Discorso a parte merita la riflessione sulla sostenibilità economica.
Una serie di elementi (l’invecchiamento della popolazione, la progressiva spesa sanitaria, gli interventi di sopravvivenza in situazioni a rischio) debbono far riflettere seriamente sulla sostenibilità economica di un ripensamento del welfare che non sia solo slogan.
Tre elementi possono contribuire ad attenuare l’impatto della spesa sociale. Con garanzia di minore spesa e di maggiore efficacia.
La personalizzazione dell’intervento sociale. Esaminare le singole situazioni permette di capire quali sono gli strumenti migliori di vivibilità. Generalizzare gli interventi crea sprechi e sicuramente non ottimizza la risposta. Ogni singola situazione va esaminata e non necessariamente esige risposte economiche.
Il secondo termine di risparmio è quello di aiutare le famiglie: non c’è paragone (anche economico) tra una soluzione familiare e una esterna sociale. Con la prima si equilibrano risposte sociali e relazionali; con la seconda si spende di più e non necessariamente si qualifica la risposta.
Il terzo elemento di possibile equilibrio economico è dato dall’aggregazione in piccoli gruppi. Collocati nel territorio, a diretto contatto con le famiglie, eccellenti in qualità e rispetto. Là dove la famiglia non esiste o non è in grado di risolvere i problemi sociali, la piccola comunità può essere un valido strumento di risposta.

In attesa
L’attenzione per una riflessione seria e motivata per la riforma del welfare da parte di gruppi del privato sociale è alta.
L’attesa è che si tratti di una vera riforma e non soltanto di considerazioni sociali, ma soprattutto che abbia la capacità di proseguire il cammino di risposte alle fasce deboli della popolazione, nel rispetto della dignità delle persone e delle loro storie.
Il proclama del testo che afferma che la spesa sociale “va governata e riorientata in modo da rendere il sistema non solo finanziariamente sostenibile, ma anche più equo ed efficiente perché realmente in grado di incoraggiare la natalità, abbattere le barriere, facilitare la mobilità, combattere le discriminazioni, prevenire i bisogni, contrastare la povertà”, è condivisibile.