Ai leader dei partiti
Alle candidate e candidati delle prossime elezioni politiche
Leggendo i documenti programmatici dei partiti e le relative proposte per le prossime elezioni, si nota che è scomparsa dal linguaggio corrente la parola "povero”: si parla di disoccupati, di incapienti, di persone fragili. Eppure ancora il nostro istituto statistico parla di “poveri”.
Le stime oscillano intorno ai due milioni e mezzo di famiglie per sette milioni e mezzo di persone.
Sarebbe interessante capire perché la parola “povero” fa paura: forse perché disdicevole, oppure offensiva o probabilmente per l'evoluzione del linguaggio che chiama “non vedenti” e “diversamente abili” i ciechi e i disabili. Ma la questione non è certamente di linguaggio, ma di sostanza.
Da nessun programma politico finora apparso è stato proposto un “piano contro la povertà”. E" vero che sono state pensate politiche che ridistribuiscano risorse contro la disoccupazione, il costo della casa, l’istruzione, il peso fiscale etc. Ma chi sta indietro, senza un’attenzione specifica, rimarrà indietro. Se le famiglie non riescono ad arrivare a fine mese, come ci arriveranno quelle che non hanno mai avuto il sufficiente?
Proprio le ipotesi pensate per ridare slancio alla crescita del paese fanno sorgere il corposo dubbio che, senza un diverso approccio alla crescita stessa, le disuguaglianze sociali rimarranno e si accentueranno.
Il “Corriere della Sera” di domenica 17 febbraio ha pubblicato i dati italiani dello spreco di 4.000 tonnellate di cibo al giorno, per un totale di sei milioni di tonnellate all’anno, capaci di sfamare 3 milioni di persone. Ai dati di questi sprechi se ne possono aggiungere molti altri: da quello farmaceutico, a quello relativo agli animali domestici; da quello energetico, a quello delle beauty farm; dai consumihigh tech a quelli inerenti il trasporto. In altre parole il meccanismo consumo-crescita-benessere, se non corretto, porta a più gravi povertà: l’induzione al consumo all’infinito, esigito dalla logica della crescita economica e mai messo in discussione, ha sapore di morte. Esaspera artificiosamente le necessità e la competizione, monetizzando ogni desiderio e rendendo precaria ogni condizione.
Altrimenti saranno solo le maggiori risorse personali e familiari a fare da discriminante tra benessere e malessere.
In fondo l’ecopass, introdotto recentemente a Milano, che aveva l’animo di ridurre traffico e inquinamento, si è tradotto in una selezione di ricchezza. I ricchi raggiungeranno piazza Duomo (magari in taxi), i poveri rimarranno in periferia, così come già avviene nelle grandi metropoli del mondo.
Esistono anche in Italia tentativi di consumi critici, di finanza etica, di alimenti biologici: sono nicchia e - sfortunatamente – riservata a privilegiati. Non solo: esigono scelte continue di sacrificio e di motivazione.
La realtà immediata ci dice che solo riequilibrando obiettivi generali di produzione e di consumo è possibile creare benessere più generalizzato.
Forse era questa “la novità”che ci attendevamo: l’intelligenza di pensare a tutti, per l’effettivo miglioramento della qualità della vita. Fino ad ora il consumo equilibrato, ben che vada, è stato giudicato come utopia di qualche marginale schizzinoso.
Non si tratta di ridurre produzione e consumi, ma di sostenere linee economiche che – senza comportare una specie di “perenne Quaresima” – vadano all'essenzialità delle cose, a svantaggio dei beni superflui.
Gli esempi sono molti: dalle acque potabili, alla godibilità del mare; dall'impiego diffuso di nuove tecnologie, a seri investimenti nei beni di largo consumo.
E' vero che non spetta al futuro governo gestire il “mercato”: ma di fronte alla pazzia voluttuaria, lo sviluppo intelligente può essere sostenuto.
Crescere i salari non basterà se i telefonini, le scarpe griffate,