Occorre fare molti auguri ai rappresentanti del volontariato che si raduneranno a Napoli il 13 Aprile prossimo, chiamati alla quinta conferenza nazionale. Come sempre, saranno esaltati i numeri di quanti dedicano tempo e risorse per un qualche peso gratuito. L'ultima stima in Italia indicava in 3 milioni e trecentomila (Studio Ipsos 2006) coloro che abitualmente fanno volontariato.  21mila le associazioni (con 100 mila religiosi) che si impegnano in 292 mila piccole sezioni, triplicate rispetto al 1991.
Gli auguri sono necessari perché questo grande mondo di donne e uomini che offrono gratuità deve affrontare seri nodi del proprio futuro. Il primo, tutto esterno, dice che spesso il volontariato svolge funzioni di supplenza ai problemi ai quali il mondo istituzionale (governo, regioni, province, comuni) non risponde e non da oggi. Gli aiuti e i servizi per chi ha bisogno, nel nostro paese, sono scarsi e instabili. Il problema - si risponde - è quello delle risorse insufficienti. Sarebbe più corretto domandarsi per quali obiettivi le risorse sono impiegate; esse infatti non sono mai infinite. Si noti la discussione odierna a chi deve andare il gettito delle maggiori entrate: i forti stanno facendo la voce grossa. Da qui l"impegno affidato al volontariato a gestire iniziative, se non addirittura emergenze. Alcuni esempi sono sotto gli occhi di tutti: i servizi all’infanzia, agli stranieri, ai carcerati, agli anziani, ai malati, ai poveri sono affidati volentieri al mondo del volontariato, per non parlare di iniziative destinate ai ragazzi, al tempo libero, alla cultura. E’ forse una quindicina d’anni che tra istituzioni e volontariato si è instaurato un abbraccio perverso: l’ente pubblico si appella al volontariato; quest’ultimo si impegna nella gestione delle risposte in convenzione. Due sono i risultati negativi: l’ente pubblico si interessa sempre meno dei diritti delle persone deboli e bisognose; il volontariato diventa semplice esecutore (a basso costo) delle indicazioni dell’amministratore di turno. E’ uno dei motivi del ritardo con il quale alcune necessità nella nostra Italia non solo non sono state mai affrontate, ma nemmeno programmate. Le famiglie sono costrette ad arrangiarsi (due milioni le colf nelle famiglie) e se non possono, vivono nel degrado (i poveri sono una diecina di milioni).
Il mondo del volontariato deve liberarsi da queste impegni impropri per tornare ad essere quello per cui è nato.
Volontario è chi incontra i problemi: li percepisce prima di ogni altro perché, vivendoli sul proprio territorio, intuisce il nocciolo delle questioni. Agendo gratuitamente si fa portavoce della necessità di risposte adeguate a chi di dovere. Non chiede per sé, ma per chi ha bisogno. Può, per necessità, inventare risposte nuove, ma è consapevole di non dover fare all’infinito questo mestiere.
Le notizie che dicono che il mondo del volontariato è anche, in qualche modo, profit, essendo stimato il suo fatturato in 38 miliardi di euro e che nelle imprese sociali, a vario titolo, lavorano oltre 630 mila dipendenti, non sono consolanti.
Il rischio è di essere partecipi di abbandoni e di ingiustizie. Non permettendo ai problemi di esplodere, il volontariato si rende correo di mancanze e di parzialità. Con parole forti può diventare "utile idiota” di un sistema che fa dei deboli una parte marginale della vita collettiva, salvo recuperare la buona coscienza attraverso la gratuità e la generosità. C’è chi ritiene sia ingenerosa questa interpretazione della buona volontà di chi comunque dona tempo ed energie per gli altri. Non è in discussione evidentemente la generosità: occorre non dimenticare mai a che cosa serve e a chi giova, alla fine dei giochi, la bontà. Un eccessivo ricorso al volontariato nasconde una cattiva politica.
Auguriamo di nuovo ai partecipanti alla quinta conferenza sul volontariato di non fare le comparse nel teatro delle debolezze: di farsi invece ..